L’amore trionfa con la storia del Bocolo che prende origine quasi con Venezia, in un periodo in cui non è ancora la Serenissima, dunque ai primordi della sua potenza. Narra di un giovane cantastorie che si innamora di una bellissima nobile veneziana e che parte al seguito dei paladini di Francia per conquistarsi la gloria sui campi di battaglia e poterla chiedere in sposa. In realtà viene ucciso e prima di morire riesce a cogliere un bocciolo di rosa, a bagnarlo del proprio sangue, mandandolo alla fidanzata come pegno di amore eterno. Ancora oggi, il 25 aprile, nel giorno di San Marco ogni uomo regala un bocciolo di rosa alla sua donna. In nome dell’amore eterno.Testi a cura di Stefano Ciancio

La figura dell’ebreo errante, stando alla leggenda, colpì Gesù lungo la via della crocifissione e al quale fu data la maledizione di camminare sulla terra fino al tempo della Seconda venuta. Attorno a questo personaggio si sono costruite nel tempo varie versioni riguardanti la sua identità (dal ciabattino, al mercante, al custode del palazzo di Ponzio Pilato) sia sugli effetti che il suo passaggio provocava: l’ebreo errante come portatore di disgrazie ma anche come dispensatore di nuove conoscenze. In generale un atto di ingiustizia causava la sua ira e la ripresa del suo ininterrotto vagare. Ne ‘Il romanzo dell’ebreo errante’ di Jean d’Ormesson (Rizzoli 1992) si narra che l’ebreo errante faccia tappa a Venezia ogni 100 anni, sostando precisamente in Punta della Dogana. Testi a cura di Stefano Ciancio

Un drammatico caso di giustizia, riguarda il Fornaretto, che di nome faceva Piero Faccioli. (Siamo agli inizi del ‘500. L’uomo trova per strada il fodero di un pugnale prezioso e lo porta dalla fidanzata che lavorava come serva nella casa di un patrizio veneziano. La donna dice a Piero di riportare l’oggetto nel luogo in cui l’aveva trovato e che oggi si chiama non a caso Ramo del Forner. Il fornaretto ubbidisce, ma amaramente scopre che il pugnale si trova conficcato nella schiena di un uomo, colpito a morte). Venne ingiustamente condannato a morte per un delitto non commesso. Sulla sua storia, si sono scritti libri e girati film, e malgrado la dovizia di particolari del racconto, non c’è alcun riscontro storico.Testi a cura di Stefano Ciancio

Su questo campiello si affaccia infatti Palazzo Morosini, caratterizzato da un arco di ingresso nel quale spicca un rilievo rappresentato da un elmo ed uno scudo. Si tratta di un omaggio iconografico ad un giovane cavaliere proveniente dalla Terrasanta, che portava con sè, nell'elsa della sua spada, un pezzo della Santissima Croce che doveva essere consegnata al prevosto a Colonia. Nel corso del suo viaggio incontra e fa amicizia con un Morosini, famiglia di punta del patriziato veneziano. Fatale per il cavaliere il fatto di accettare l’invito a dimorare a palazzo e soprattutto il fatto di innamorarsi di quella che il Morosini aveva presentato come sua sorella, ma che in realtà era l’amante. I due avevano ordito un inganno: fuggirono nottetempo portando via la preziosa spada con la reliquia. La leggenda vuole che di notte il cavaliere vagasse gemendo ed urlando disperato per le calli, finché un giorno furono rinvenuti la corazza e l’elmo, completamente vuoti.Testi a cura di Stefano Ciancio

Di altro tenore, se vogliamo scabrosa, è la vicenda del frate innamorato che usciva dal convento di notte per andare dalla sua amante e che ancora oggi varca quel portone. Il suo fantasma si aggirerebbe a fianco della chiesa di San Pietro di Castello, dove si può ancora vedere una porta murata dell’ex monastero.Testi a cura di Stefano Ciancio

Il campanaro, che in vita ha venduto lo scheletro ad un vecchio naturalista convinto che lo studioso sarebbe morto prima di lui e che dunque il contratto che aveva stipulato era destinato a diventare carta straccia. Una convinzione che lo spinse a sperperare tutti i soldi presi in virtù dell’accordo. Ma le cose andarono diversamente: ancora oggi, dopo aver dato i rintocchi della mezzanotte della Marangona - la campana più grande e antica di San Marco – lo scheletro del campanaro torna in Corte Bressana chiedendo l’ elemosina, così da poter ricomprare se stesso.Testi a cura di Stefano Ciancio

Fosco Loredan (primi anni del ‘600), ancora oggi condannato ad affiorare dalle acque del Canal Grande, di fronte alla Corte del Remer. Qui Fosco si sarebbe annegato, gettandosi in acqua per disperazione e reggendo tra le mani la testa della moglie decapitata ingiustamente per una folle ed ingiustificata gelosia. Un omicidio commesso davanti al Doge Marino Grimani di cui la donna era nipote.Testi a cura di Stefano Ciancio

L’usuraio di Campo dell’Abazia, che invece di aiutare una famiglia di vicini di casa durante un incendio, ha preferito caricarsi il sacco con soldi e gioielli sulla schiena e sparire nella notte. Lungo i secoli torna in questo campo piegato dal peso dell’enorme sacco, implorando ai passanti di dargli una mano. Ma appena una persona tocca il sacco le carni del vecchio usuraio bruciano lasciando uno scheletro di fuoco.Testi a cura di Stefano Ciancio

La storia del mendicante risale al 1501 ed ha precisi riscontri nella tradizione ebraica. Sul portale della scuola grande di San Marco esiste ancora graffita la figura del levantino che porta in una mano il cuore della madre strappatole dal petto in un momento di cieca follia.Testi a cura di Stefano Ciancio

Un classico binomio tra luogo e racconto è quello che fa riferimento alla figura di Marco Polo, il veneziano per antonomasia. In questo senso la casa del Milion è l’emblema di una storia che comunque è da reputarsi come pura leggenda. Nel 1298 il viaggiatore torna dal Catai con una moglie cinese che è una delle figlie del Kublai Khan. La donna però non viene accettata di buon grado dalla famiglia del marito, a tal punto che una delle sorelle le dice che Marco è morto nel corso battaglia dei Curzolari (tra veneziani e genovesi. Curzola è un’isola della Dalmazia) quando in realtà era prigioniero a Genova. Per la disperazione la moglie cinese si uccide dandosi fuoco e gettandosi dalla finestra.Testi a cura di Stefano Ciancio

Il ponte delle Turchette. Si chiama così perché lì, si narra sia accaduto e continui ad accadere qualcosa di straordinariamente misterioso e leggendario. La protagonista è la turca Selima, catturata nel corso del ‘500 con altre cento donne dai veneziani e quindi convertita, com’era consuetudine. La giovane vive a Venezia una travagliatissima storia d’amore con un suo conterraneo che alla fine la decapita per gelosia. Ancora oggi Selima continua ad apparire, come fantasma, su quel ponte.Testi a cura di Stefano Ciancio

Il buon uomo (San Francesco della Vigna) nel corso della notte dei morti vede una processione con le candele. Una persona gli porge il lume, lui torna a casa e lo spegne. La mattina dopo apre la credenza e trova la mano di un morto. A quel punto si reca dal prete che lo rimanda allo stesso posto dove c’è la stessa processione della notte prima, ma con una differenza: c’è un’anima senza lume. Il buon uomo capisce, riconsegna la mano e quest’anima si salva.Testi a cura di Stefano Ciancio

la storia di Biagio, da cui si dice deriverebbe il toponimo di Riva di Biasio. Anche questa narrazione è risalente ai primi del ‘500 e parla di un orco che uccideva i bambini per farne sugo di carne servito ai clienti della sua osteria. Una leggenda, è bene dirlo, di cui per fortuna non è stata mai trovata prova. A Biagio vennero tagliate le mani, venne poi legato a dei cavalli, trascinato in Piazza e qui infine decapitato e squartato. Non ci sono appunto documenti storici ma molti dettagli cruenti ed elaborati. Ad esempio: chi si accorge della particolarità di questo ragù è perché vi trova dentro una falange di bambino…Testi a cura di Stefano Ciancio

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